La Casa del Lavoro nella quale alcuni detenuti sono internati presenta da tempo aspetti particolarmente problematici: formalmente si tratta di una struttura pensata per agevolare il recupero e la rieducazione di quei detenuti che, pur avendo terminato di scontare la pena, non vengono rimessi in libertà in quanto ritenuti “socialmente pericolosi”. In realtà è un luogo di disperazione, dove gli internati restano rinchiusi per mesi, che a volte diventano anni, senza processo e senza “fine pena” certo. La Casa di Lavoro di Sulmona è composta da celle di nove metri quadrati, concepite per un massimo di due persone. Oggi sono in 4-5 soggetti per cella, con brande a castello e senza spazi vitali.

Si tratta dell’ennesimo atto di uno stillicidio che sta divenendo una vera e propria piaga sociale non solo in Italia, ma anche in altri Paesi dell’Unione Europea. In Gran Bretagna il tasso di suicidi in carcere dal 2006 al 2010 si attesta intorno all’8,8% della popolazione carceraria, in Francia risulta il 7,2%, in Germania il 5,5%. Tuttavia il tasso più alto rimane quello dell’Italia, che ammonta al 9,9%.

Circa un anno fa, ho avuto modo di effettuare una ricerca sociale presso la struttura penitenziaria di Bollate, nel milanese. L’obiettivo era quello di analizzare, grazie all’ausilio di alcune teorie sociologiche, come la problematizzazione e la messa in discussione di tutto ciò che noi diamo per scontato nella vita quotidiana del detenuto, possa in realtà contribuire a produrre importanti innovazioni sul versante culturale e delle relazioni sociali, soprattutto in un campo caratterizzato da sofferenza ed emotività come la devianza. I risultati della ricerca si sono rivelati estremamente interessanti, in particolare ho riscontrato come sia di fondamentale importanza la gestione dello spazio sociale. L’amministrazione del carcere di Bollate ha scelto, e ciò lo rende un caso unico in Italia, di mantenere le celle aperte per gran parte della giornata (dalle ore 9.00 alle ore 20.00).

Durante tale arco di tempo i detenuti e le detenute sono pertanto liberi di socializzare, hanno a disposizione ampi spazi fisici che utilizzano per organizzare attività creative (redazione del “giornalino” di Bollate, cucito, floricultura, cucina, sport, ecc.) e professionali (preparazione di prodotti commissionati da altre aziende). In questo modo i soggetti assumono alcune piccole, ma “grandi” responsabilità e sensibilità tipiche del nostro vivere quotidiano, e ciò consente loro di mantenere un filo comunicativo tra la società esterna e l’ambiente penitenziario, evitando pertanto i noti processi di perdita d’identità e di autostima personale, che non fanno altro che peggiorare la condizione psicologica dei soggetti.

La soluzione al problema delle precarie condizioni dei detenuti e del sovraffollamento non è da ricercare necessariamente in un aumento (improbabile) dei fondi pubblici indirizzati agli istituti di pena, ma in un’innovazione circa la gestione degli spazi e delle relazioni sociali. Non si tratta di un problema economico, o meglio, non solo. Si tratta di un problema sociale. Concretamente, a partire da alcune piccole strategie, si possono ottenere grandi risultati. Ad esempio, è di fondamentale importanza evitare di applicare etichette quali “individuo socialmente pericoloso”, evitando così di alimentare una catena di processi psico-sociali che conducono l’individuo a ridefinire la propria identità sulla base di tale giudizio, spingendolo (inconsapevolmente) ad agire di conseguenza. Inoltre, siccome in molti casi gli internati restano rinchiusi per mesi, o addirittura anni, in attesa di processi o di pratiche amministrative, è importante sollevare il sistema giudiziario dalla pesante burocrazia in cui si ritrova.

In questo modo è possibile fornire al detenuto delle risposte certe circa le date e i tempi d’attesa, in modo da evitare quella situazione di “stallo” attraverso cui il detenuto rischia di entrare in un tunnel psicologico senza via d’uscita, in cui fatica a intravedere un futuro, annebbiato da un “infinito presente”. Infine, come detto in precedenza, non è per forza necessaria la creazione di nuovi spazi (i quali avrebbero peraltro un costo finanziario), è possibile invece gestire quelli attuali in modo differente, offrendo ambienti creativi e dinamici. In questo modo si evita di provocare il peggioramento della condizione psicologica del detenuto, trascinandolo verso atti di suicidio o tentato suicidio, contribuendo in questo modo alla rieducazione e alla reintegrazione dei detenuti, così come previsto dalla legge penitenziaria.