Come ha organizzato il ritorno a Baghdad e cosa hai trovato del nuovo Iraq.

«Dopo il rapimento avevo deciso di non tornare più in Iraq. – dice la giornalista agli studenti - Poi col passare del tempo mi sono resa conto che non si può dimenticare: i miei amici iracheni mi mandavano e-mail e regali. Dopo aver scritto un reportage sui profughi iracheni rifugiatisi in Syria e Giordania, ho capito che anche io come loro, stavo vivendo quel periodo di attesa prima di tornare in Iraq. Il mio ritorno è stato organizzato grazie all’aiuto dei colleghi dell’Osservatorio per la libertà di stampa in Iraq, cui devo molto. Avevo lasciato una città triste, in cui la sera non si trovava nessuno e mi sono ritrovata in locali pieni di giovani e di gente che si incontra per mangiare il pesce del fiume Tigri. Sta anche gradualmente venendo meno quella sorta di “apartheid sessuale” che vigeva prima. Al tempo stesso non si può certo dire che i diritti delle donne siano rispettati. Io d’altronde credo che nessuno stato islamico sia compatibile con i diritti delle donne cosi come qualsiasi altro stato teocratico».

Nel raccontare il suo ritorno in Iraq è stato necessario trovare un equilibrio tra la vicenda personale e quella giornalistica?

«Il libro è cosi come mi è venuto, non sono stata troppo a calcolare, quindi se il libro si mantiene in equilibrio vuol dire che questo è un po’ quello che ho vissuto, certo è stato molto doloroso però alla fine mi ha dato sicurezza quindi evidentemente alla fine le cose si sono compensate».

Wikileaks ha rivelato l’esistenza di un rapporto costruito per evitare che la magistratura aprisse ulteriori inchieste sull'uccisione di Nicola Calipari. Cosa pensa oggi delle indagini sul suo rapimento e sulla morte dell’agente del Sismi che le salvò la vita?

«Penso che i miei rapitori non facessero parte di Al Qaeda, ma fossero di origine Baathista - appartenenti cioè al Partito Baˁth Arabo Socialista ndr - dal momento che non erano fanatici e le loro rivendicazioni oltre che di natura economica erano politiche perché puntavano a sottolineare l’interesse dei sunniti a rientrare nel gioco politico e quindi anche negli affari in esso inclusi. Dopo il mio rilascio mi è stato detto che avrei dovuto chiedere personalmente il processo per due persone accusate del mio rapimento, senza che potessi essere abbastanza sicura della loro presunta colpevolezza, per cui non me la sono sentita di far rischiare a due possibili innocenti la pena di morte, cui sono contraria, considerato che i sistemi di riconoscimento e di indagine dell’esercito iracheno, non sono per niente trasparenti. Riguardo l’inchiesta sulla morte di Nicola Calipari, durante il processo di corte di Cassazione, la difesa dell’avvocatura di Stato, ricevette una telefonata da Palazzo Chigi che diceva di bloccare tutto. La sentenza della Corte ha poi negato la giurisdizione italiana sul caso e la commissione di inchiesta l’ho chiesta io da sola. Oggi si parla ancora del caso dopo le rivelazioni di Wikileaks.»

Obama, in occasione dell’ultimo vertice Nato a Lisbona nel dicembre 2010, ha elogiato l’Italia: crede che oggi il contributo dell’Italia abbia senso nell’ambito della missione in Afganistan?

«Affinché continui questo intervento in Afghanistan evidentemente è bene che l’Italia rimanga a fianco degli Stati Uniti che rischiano sempre più di restare soli a causa del ritiro di altri alleati. Il problema è che in Afghanistan si sta giocando il futuro della Nato e questa è la prima esperienza dell’organizzazione atlantica fuori confine. In caso di fallimento la Nato stessa come progetto verrebbe messa in discussione. Non c’è più lo scontro est ovest, l’occidente non rischia di essere aggredito da un paese di confine quindi a che serve la Nato? Effettivamente non serve più a niente e una sconfitta in Afghanistan metterebbe tutto in crisi. Quindi penso sia per questo che gli Stati Uniti mantengano in vita l’organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, per trovare il modo di venire fuori da una situazione in cui non hanno possibilità di vittoria, considerato che in Afghanistan nessuno è mai riuscito a prendere il controllo del paese.»

Riguardo al ritiro delle truppe americane dall’Iraq, crede che la exit strategy di Obama potrà davvero essere attuata come previsto entro il 2014?

«Non ho la sfera di cristallo, ma non penso che gli americani se ne andranno mai completamente dall’Iraq. Ciò che mi preoccupa di più è la presenza di 240.000 mercenari che sono ben più pericolosi dei militari. Sono al di fuori di qualsiasi controllo perché arrivano da vari paesi del mondo e hanno quasi un’impunità garantita. Spesso si tratta di ex militari che preferiscono questo tipo di carriera privata che gli permette di guadagnare di più. È accaduto che i governi pagassero di più i militari privati di quelli ordinari, spesso affidando loro anche il controllo di zone strategiche quali la Green Zone - la zona internazionale di Baghdad affidata al controllo dell’Autorità provvisoria della Coalizione ndr - o l’aeroporto. Gli americani preferiscono pagare queste agenzie private perché non si fidano dell’esercito iracheno. Quindi di fatto, la sovranità irachena non viene garantita».

Patrizia Riso